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Veicoli spaziali abitati

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Questa pagina tratta dei vari veicoli spaziali adibiti al trasporto umano. Le astronavi che hanno viaggiato nello spazio e quelle in fase di progettazione/costruzione. La data si riferisce al primo lancio abitato orbitale.

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VOSTOK - (Восток, tradotto EST / ORIENTE)

- URSS - 12 aprile 1961 - Un diagramma esplicativo della Vostok 3KA utilizzata da Gagarin nel primo volo spaziale umano Una Vostok durante la fase finale di allestimento privo volo nello spazio con equipaggio: Cosmonauta Yuri Gagarin - Razzo Vettore utilizzato: R7 (8K72K) - La prima capsula per trasporto umano era formata da una sfera di metallo, il modulo di discesa, che ospitava la cabina di pilotaggio per un solo cosmonauta composta da un seggiolino eiettabile e la strumentazione di controllo. Il seggiolino eiettabile poteva venire utilizzato anche nelle fasi di lancio in caso qualcosa non funzionasse a dovere nel decollo del razzo. All'interno della cabina l'atmosfera è mantenuta con il 25% di ossigeno ed il resto di azoto, la temperatura fra i 13 ed i 26 gradi centigradi e l'umidità al 51/57%. Il cosmonauta indossa una tuta pressurizzata anche se, durante il volo, può aprire il visore del casco e respirare l'aria della cabina. La sfera, del diametro di 2,30 metri e del peso di 2,46 tonnellate, era dotata di un portello di entrata, uno per il paracadute ed un terzo per la strumentazione e di due piccoli oblò circolari, uno nel portello e l'altro ai piedi del cosmonauta. Il pilota poteva comandare solo dei piccoli razzetti ad azoto per regolare l'assetto anche se questo era, di norma, compiuto in automatico da un sistema fornito di un sensore solare. La strumentazione era limitata, oltre agli apparati radio ed al sistema televisivo che permetteva ai controllori di volo di osservare in continuazioni il cosmonauta c'era un pannello principale con un globo ruotante che indicava il punto del pianeta sorvolato. Altri strumenti indicano le condizioni del sistema ambientale. Sotto la sfera si trovava il modulo di servizio, del diametro di 2,43 metri, lungo 2,25 metri e pesante 2,27 tonnellate, con il propellente ed il motore. La progettazione del veicolo spaziale, iniziata nell'autunno del 1958, era stata eseguita dall'ingegnere Michail Klavdijevič Tichonravov e dal team dell'OKB-1 con a capo Sergej Pavlovič Korolëv, il vero artefice dell'astronautica sovietica, sotto la supervisione del generale Kerim Kerimov. Ben 123 organizzazioni assieme a 36 industrie parteciparono al progetto. Le varie versioni prodotte della Vostok furono la Vostok 1K, il prototipo ideato per testare i sistemi di base e provare il concetto, la Vostok 2K, un veicolo designato per la ricognizione fotografica e più tardi ribattezzata Zenit-2, ed infine la Vostok 3K, il vero veicolo spaziale abitato. Al momento del ritorno sulla Terra il modulo di servizio veniva separato dal modulo di rientro e si disintegrava nell'atmosfera. Il modulo di rientro, la sfera di metallo, sopportava, grazie alla copertura di materiale ablativo, il riscaldamento dovuto all'attraversamento dell'atmosfera. Durante il rientro il cosmonauta sperimentava circa 8/9 g. di gravità e questo era dovuto alla impossibilità di controllare la discesa, praticamente balistica. L'orientamento era soltanto dettato dalla disposizione dei pesi al suo interno che naturalmente la ruotavano esponendo il cosmonauta nella posizione migliore per sopportare i vari g. Lo scudo termico era pesante ben 1.500 kg. e doveva sopportare una temperatura fra i 2.500 ed i 3.500 gradi centigradi con un'accuratezza di rientro entro 175 km dal punto prescelto. Il motore principale non era riavviabile e veniva utilizzato soltanto una volta al termine della missione per effettuare la manovra di frenata per il rientro.A circa 7.000 metri di altezza il cosmonauta veniva espulso assieme al seggiolino dal portello di entrata e discendeva con il paracadute mentre la capsula atterrava separatamente sempre con l'ausilio di paracadute. L'atterraggio avveniva sul terreno. Il primo volo, senza equipaggio, avvenne il 15 maggio del 1960. Prima del volo di Gagarin vennero eseguiti sette voli spaziali di capsule senza equipaggio umano, il primo con un manichino a bordo e gli altri cinque con dei cani come passeggeri. Questi voli furono definiti con il nome di 'Sputnik' e numerati dal n.4 al n.10 sebbene il veicolo avesse ben poco in comune con lo Sputnik 1, 2 o 3. Il modello di Vostok 3KA, oltre allo storico volo di Gagarin, venne utilizzata altre 5 volte con equipaggio umano, e le missioni vennero contraddistinte dal numero 1 al 6. L'ultima missione, la Vostok 6 svoltasi il 16 giugno 1963, vide il primo volo spaziale di una donna, la cosmonauta Valentina Tereshkova. La Vostok era equipaggiata per poter rimanere in orbita fino a 10 giorni. Da questo modello venne poi sviluppata la capsula Voskhod. Nell'illustrazione in alto (Credit: Space.com - modificato da Maxi) un diagramma esplicativo della Vostok 3KA utilizata da Gagarin nel primo volo spaziale umano. A destra (Credit:www.videocosmos.com.) un veicolo Vostok durante le fasi finali di allestimento.

Fonti: Encyclopedia Astronautica di Mark Wade (Internet Archive)

Fonti: Navi Spaziali di Kenneth Gatland (Editrice S.A.I.E. - Torino - 1969)

Fonti: Il libro dei volo spaziali di Giovanni Caprara (Editore Garzanti - 1984)

MERCURY - (Mercurio)

- USA - 20 febbraio 1962 - La capsula Mercury ed i suoi sistemi interni La capsula Mercury esposta al Museo Air & Space di Washington primo volo di un astronauta USA in orbita: John Glenn - Razzi vettori utilizzati: Redstone ed Atlas - La prima capsula USA per il trasporto umano nello spazio aveva una forma tronco-conica, era lunga 3,51 metri, aveva un diametro di 1,85 metri e pesava 1.935 kg al lancio. Pesante circa un terzo che della Vostok la Mercury aveva anche un limitato periodo di permanenza in orbita, poco più di 24 ore. Lo scafo della Mercury era costituito di Titanio e Berillio con una parte isolante in fibra ceramica. Nella parte anteriore della capsula si trovava un cilindro che alloggiava il paracadute di rientro mentre nella parte posteriore, sopra lo scudo termico, un pacco di 3 retrorazzi che venivano sganciati poco prima del rientro nell'atmosfera. All'interno della capsula trovava posto un solo astronauta che entrava da un portello laterale e che aveva di fronte a se un oblò rettangolare (nei due voli suborbitali abitati vi erano soltanto due piccoli oblò). All'interno della capsula vi era un'atmosfera pressurizzata composta da ossigeno al 100% ad una pressione di 0,385 kg/cm2 ed era lo stesso per la tuta spaziale indossata dall'astronauta (il modello Navy Mark IV). L'astronauta all'interno della capsula era posizionato sul sedile e, pur indossando sempre la tuta spaziale, poteva aprire la visiera del casco durante il volo. Come la Vostok anche la Mercury aveva un sistema di piccoli razzetti di manovra che permettevano all'astronauta di orientare la capsula con la giusta inclinazione al momento del rientro nell'atmosfera terrestre. A differenza della Vostok la manovrabilità della capsula Mercury era più precisa grazie all'utilizzo di ben 18 razzetti di manovra che utilizzavano il perossido d'idrogeno con spinte che andavano da mezzo chilo a 11 kg. Per effettuare il rientro dall'orbita i retrorazzi venivano accesi per 10 secondi ognuno per una spinta di 4,5 kN. Anche uno solo dei razzi avrebbe permesso il rientro della capsula. Se, per qualche malfunzionamento, la capsula si fosse orientata in modo errato prima del rientro sul muso si trovava una piccola aletta che, grazie alla forza del flusso d'aria, avrebbe fatto capovolgere il veicolo e riportato nella giusta posizione. Durante il rientro l'astronauta sopportava circa 8g per una missione orbitale e ben 11/12 per una suborbitale. Lo scudo termico era composto da fibra di vetro e plastica che permetteva, erodendosi, di superare la fase di rientro nell'atmosfera terrestre. A circa 6.400 metri si apriva un primo paracadute di frenata del diametro di un metro e ottanta seguito poi, a circa 3.200 metri, da quello principale del diametro di 19 metri. La capsula scendeva, appesa ai paracadute e con l'astronauta al suo interno, in mare. Poco prima che la capsula toccasse l'acqua lo scudo termico veniva rilasciato rimanendo attaccato alla base della capsula grazie ad un tessuto forato. Il sistema faceva da ammortizatore al momento del contatto con l'acqua e, riempiendosi rapidamente d'acqua, diventava una specie di ancora che impediva alla capsula di rovesciarsi in mare. La NASA aveva richiesto ai progettisti di dotare il veicolo di un sistema affidabile di salvataggio in caso di problemi al lancio. Infatti la Mercury era sormontata da un LES (launch escape system) che avrebbe permesso la separazione della capsula in caso di pericolo nelle fasi del lancio. Il LES era un traliccio con sopra un piccolo razzo a combustibile solido con gli ugelli inclinati che, in caso di aborto al lancio, avrebbe strappato letteralmente la capsula dal razzo in meno di un secondo. Il LES, una volta completato il suo compito veniva a sua volta sganciato e la capsula, una volta portata dal LES lontana dal razzo, sarebbe poi atterrata con il suo paracadute. La Mercury era costruita dalla McDonnell Aircraft Corporation che aveva vinto l'appalto nel gennaio del 1959 su progetto dell'ingegnere Max Faget dello Space Task Group della NASA. In totale vennero costruite 20 capsule Mercury, cinque di queste non hanno mai volato, due vennero distrutte durante test di lancio, una affondò e venne recuperata 38 anni dopo, alcune vennero modificate più volte, due vennero utilizzate in voli suborbitali umani per mezzo del vettore Redstone e quattro compirono volo orbitali con il vettore Atlas. La capsula era progettata per poter essere comandata da Terra al momento del rientro in caso l'astronauta fosse impossibilitato a prendere i comandi manuali. In alcuni voli di prova, sia suborbitali che orbitali, le Mercury vennero testate con scimpanzè a bordo. Nel diagramma (Credit: NASA - modificato da Maxi) la capsula Mercury ed i suoi sistemi interni. Nella foto a destra (Credit: Smithsoniam Air & Space Museum) la capsula Mercury esposta al Museo Air & Space di Washington.

Fonti: Encyclopedia Astronautica di Mark Wade (Internet Archive)

Fonti: Navi Spaziali di Kenneth Gatland (Editrice S.A.I.E. - Torino - 1969)

Fonti: Il libro dei volo spaziali di Giovanni Caprara (Editore Garzanti - 1984)

VOSKHOD - (Восхо́д, tradotto ASCESA o ALBA)

- URSS - 12 ottobre 1964 - La capsula Voskhod ed i suoi sistemi principali La capsula Voskhod 3KD durante le fasi finali di preparazione al lancioLe Voskhod erano una versione modificata della capsula monoposto Vostok realizzata per poter condurre voli spaziali con un'equipaggio fino a tre cosmonauti, condurre attività extraveicolari e permettere missioni spaziali di durata fino a tre settimane e poterlo fare prima del programma Gemini della NASA. Solo due missioni con equipaggio vennero eseguite; la 1, con un equipaggio di tre cosmonauti e per la durata di volo di poco più di un giorno, e la 2 con due membri dell'equipaggio uno dei quali, Alexey Leonov, uscì dal veicolo ed effettuò la prima 'passeggiata spaziale della storia astronautica. Dopo la Vostok i sovietici stavano lavorando alla capsula Soyuz che però sarebbe stata pronta non prima del 1966 e quindi sarebbe stata battuta dalla Gemini il cui programma era previsto per il 1965. I dirigenti del Cremlino chiesere allora agli ingegneri del proprio programma spaziale di fare il possibile per battere nuovamente gli Americani ed essere i primi ad inviare nello spazio più di un uomo alla volta. Korolev ed il suo gruppo si mise quindi al lavoro con quello di cui disponevano; la Vostok. Il 13 aprile 1964 venne reso operativo un decreto che avrebbe trasformato la versione base della Vostok nei modelli Voskhod 3KV (con tre uomini di equipaggio) e con il modello 3KD (due uomini di equipaggio con modulo di decompressione gonfiabile). Per poter inserire più di un uomo di equipaggio i sedili erano montati perpendicolarmente alla posizione del sedile eiettabile della Vostok in modo che l'equipaggio era costretto a voltare la testa per poter leggere gli strumenti, ancora montati nella loro posizione originale. Inoltre, data la scarsità di spazio i tre astronauti non avrebbero indossato le tute spaziali all'interno della capsula anche se erano comunque presenti a bordo ma stivate in un cassone. Il sistema Elburs di atterraggio soffice sostitui il sedile eiettabile permettendo all'equipaggio di rimanere nella capsula e consisteva in un razzo a combustibile solido che si accendeva quando il modulo di rientro si trovava a pochi metri dal suolo ed aiutava così il paracadute (le cui dimensioni erano state aumentate) a rallentare ulteriormente il veicolo spaziale al momento di toccare il terreno. Per aumentare poi la sicurezza era stato installato un secondo motore per l'uscita dall'orbita piazzato sopra la capsula sferica. Questo inoltre permetteva di poter inserire la Voskhod su un'orbita più alta della precedente Vostok (che era immessa su un'orbita che permetteva un rientro naturale entro una settimana nel caso del fallimento del retrorazzo). Tutte queste modifiche aumentarono il peso del veicolo di circa una tonnellata e quindi anche il razzo vettore utilizzato dovette essere modificato. La versione del razzo R-7 utilizzate fu la 11A57 con un terzo stadio molto più lungo di quello utilizato nella versione 8A92, che portò le Vostok nello spazio, e progettato principalmente per l'invio delle sonde interplanetarie ed utilizzato anche per il satellite da ricognizione Zenit-4 oltre ad altre versioni degli Zenit. Nella versione 3KD, quella con due uomini di equipaggio, la camera di decompressione per le attività extraveicolari pesava circa 250 kg ed era di 700mm di diametro ed alta 770mm quando era stivata per il lancio. Una volta gonfiata in orbita la camera di decompressione era lunga 2,5 metri con un diametro interno di un metro ed esterno di 1,2. La Voskhod 3 sarebbe stata fornita di un nuovo sistema di controllo ambientale e che permetteva fino a 21 giorni di supporto vitale per due uomini di equipaggio. Inoltre vi erano anche migliorie sulla sistemazione dei comandi ed un avanzato segnale di recupero ed altre sicurezze dopo i problemi avuti con la missione Voskhod 2. Il cosmonauta Leonov effettua la prima uscita nello spazio Purtroppo le missioni successive alla 2 e già programmate (dalla 3 alla 6) furono poi cancellate per concentrare gli sforzi sulla radicalmente nuova Soyuz. Nella illustrazione a destra (Credit: www.capcomespace.net modificato da Maxi) la capsula Voskhod ed i suoi sistemi principali. Nella foto a sinistra (Credit: www.capcomespace.net) la capsula Voskhod 3KD durante le fasi finali di preparazione al lancio. Si nota il modulo di decompressione non gonfiato. Nella foto in basso (Credit: NASA) il cosmonata Leonov durante la prima EVA (attività extraveicolare) della storia dell'astronautica.

Fonti: Encyclopedia Astronautica di Mark Wade (Internet Archive)

Fonti: Wikipedia - Alexei Leonov

Fonti: Navi Spaziali di Kenneth Gatland (Editrice S.A.I.E. - Torino - 1969)

Fonti: Il libro dei volo spaziali di Giovanni Caprara (Editore Garzanti - 1984)

GEMINI - (GEMELLI)

- USA - 23 marzo 1965 - La capsula Gemini ed i suoi sistemi principali La capsula Gemini durante le fasi finali di assemblaggioPrimo lancio con equipaggio umano: Comandante Virgil Gus Grissom e John W. Young - Razzo vettore: Titan II GLV - Prima capsula USA con due uomini di equipaggio. Dopo la Mercury la NASA si rese conto che, prima che il progetto Apollo per portare l'uomo sulla Luna potesse fare i primi voli, sarebbero trascorsi ancora tre o quattro anni dal termine delle missioni Mercury. Per riempire questo gap e testare tutta una serie di tecnologie occorrenti per il salto lunare venne così ideata la capsula Gemini. Il nome lo si deve al fatto che la capsula ospitava due astronauti seduti uno accanto all'altro come in jet militare, da questo quindi il nome 'Gemini' (Gemelli) che, fra l'altro è anche il nome di una Costellazione del cielo boreale. Il progetto venne approvato nel dicembre del 1961 (quasi due anni dopo l'Apollo) e la compagnia costruttrice scelta dalla NASA fu ancora la la McDonnell Douglas Corporation. All'inizio la NASA pensava di modificare la Mercury e testare così le essenziali manovre orbitali, i randezvous, gli agganci in orbita, il rientro e le tecniche di attività extraveicolare. Fu così che, all'inizio, chiamò il progetto Mercury Mark II. Solo nel gennaio del 1962 il progetto venne ribattezzato Gemini. Il progettista della capsula fu il canadese Jim Chamberlin, il capo della sezione aerodinamica della Avro Canada e che passà alla NASA dopo la cancellazione del programma per un caccia intercettore. Innanzitutto, a differenza della Mercury, la NASA ha voluto ridurre al minimo gli automatismi ed estendere invece il più possibile il controllo dell'uomo. Poi la navicella viene divisa in due moduli ognuno con una funzione specifica: uno è il modulo di rientro e l'altro quello di servizio. In tutto il veicolo è lungo 5,80 metri, ha una base circolare del diametro di 3,5 metri ed un peso totale che raggiunge quasi le 4 tonnellate a seconda della missione. Il modulo di rientro è un tronco di cono al quale è sovrapposto un cilindro rastremato che contiene il radar ed il paracadute. Subito sotto si trova una sezione con due gruppi di propulsori di 12 kg di spinta ciascuno e che vengono utilizzati per il controllo dell'assetto durante il rientro. Quindi cìè la sezione abitata lunga 190 cm e dotata di uno scudo termico di materiale ablativo. Proseguendo troviamo il modulo di servizio composto da una sezione di retrorazzi che ospita i quattro motori a propellente solido di 1200 kg di spinta ciascuno e che vengono utilizzati per rallentare la corsa ed uscire dall'orbita. Questi motori sono anche concepiti in modo da poter essere attivati anche in caso di fallimento del lancio distaccando la capsula dal razzo vettore. Oltre a questi motori, nella sezione di coda troviamo anche altri piccoli razzi per controllare l'assetto del veicolo. A bordo della Gemini, per la prima volta, si trovano due pile a combustibile per generare energia elettrica utilizzando idrogeno ed ossigeno ed ottenendo come sottoprodotto acqua. Il volume interno della Gemini era il 50% in più di quello della Mercury. A differenza della Mercury la Gemini non possedeva una torre di fuga ma i due astronauti erano seduti su due seggiolini eiettabili del tipo aeronautico ed anche l'entrata nella capsula avveniva per mezzo di due grossi portelli, ognuno che si apriva sulla postazione di uno degli astronauti. I portelli avevano dei finestrini composti da tre lastre di vetro con un'ottima capacità ottica sia per la visione che per la possibilità di effettuare fotografie. All'interno della capsula i due astronauti indossavano sempre le tute spaziali e l'atmosfera era composta al 100% da ossigeno con una pressione di 0,35/0,37 kg/cm2. Lo scafo era stato costruito in Renè 41, una lega di Nichel con l'aggiunta di Cromo, Cobalto, Mobildeno, Titanio ed alluminio. Le capsule Gemini, a differenza delle Mercury, potevano alterare la loro orbita. Erano anche in grado di agganciarsi ad altre navicelle, una delle quali, l'Agena Target Vehicle, aveva un suo grosso motore a razzo che veniva usato per eseguire ampi cambi orbitali. Gemini fu la prima capsula americana guidata dall'uomo ad avere un computer a bordo, il Gemini Guidance Computer, per facilitare la gestione e il controllo delle manovre di missione. Al termine della missione orbitale e dopo la frenata dei motori, il La capsula Gemini 6 in orbita fotografata dagli astronauti della Gemimi 7 modulo di servizio veniva sganciato ed il modulo di rientro entrava nell'atmosfera con il suo scudo termico. Nelle intenzioni iniziali vi era la proposta di far atterrare la Gemini su una pista per mezzo di una 'ala di Rogallo' che sarebbe stata dispiegata una volta che la capsula si fosse trovata in atmosfera. In pratica una specie di ala da deltaplano che avrebbe permesso una manovrabilità notevole. Purtroppo questo design venne ben presto abbandonato per tornare classico sistema con il paracadute e l'atterraggio in mare come per la Mercury. La capsula toccava comunque l'acqua con una posizione quasi orizzontale in modo che un lato dello scudo termico toccasse l'acqua per primo e questo eliminava la necessità del sistema di ammortizzazione con il tessuto ripiegato utilizzato sulla Mercury. Il progetto Gemini effettuò 10 missioni orbitali con equipaggio dalla Gemini 3 del marzo 1965 alla Gemini 12 del novembre 1966. Durante la Gemini 4 venne eseguita la prima EVA (attività extraveicolare di un astronauta USA, Edward Higgins White. La Gemini 7 rimase in orbita per quasi 14 giorni, un vero record per l'epoca. La Gemini 8 effettuò il primo aggancio con un altro veicolo spaziale, il target Agena, e la Gemini 10, dopo aver agganciato il sistema propulsivo Agena lo utilizzò per alzare l'orbita fino a 1.189 km, un record. Due missioni vennero effettuate senza equipaggio per testare la capsula; la Gemini 1 nell'aprile del 1964 effettuò una missione di tre orbite e poi venne distrutta nel rientro tre giorni dopo e la Gemini 2, nel gennaio 1965, che però effettuò solo un volo suborbitale per testare lo scudo termico. Curiosamente la capsula di rientro di Gemini 2 è stato il primo veicolo spaziale a volare due volte nello spazio, infatti nel 1966 effettuò un secondo volo suborbitale di test in supporto al programma MOL dell'Air Force. Molte esperienze scientifiche sono state inoltre effettuate durante le dieci missioni ed alla fine del 1966 la NASA ha ormai appreso quasi tutto quello che occorre per avviare l'ambizioso progetto Apollo per lo sbarco lunare ed ha così superato i sovietici. Nel diagramma in alto (Credit: NASA - modificato Maxi) i componenti principali della capsula Gemini. Nella foto a destra in alto (Credit: NASA) una fasi di assemblaggio di una Gemini mentre in basso (Credit: NASA) la Gemini 6 fotografata dagli astronauti di Gemini 7 durante il primo randezvous fra due veicoli spaziali abitati.

Fonti: Encyclopedia Astronautica di Mark Wade (Internet Archive)

Fonti: Navi Spaziali di Kenneth Gatland (Editrice S.A.I.E. - Torino - 1969)

Fonti: Il libro dei volo spaziali di Giovanni Caprara (Editore Garzanti - 1984)

SOYUZ - (Сою́з, tradotto Unione)

- URSS - 23 aprile 1967 - I tre componenti principali della Soyuz (in questo caso un modello TMA) Spaccato dell'interno della Soyuz (in questo caso un modello TMA)Il veicolo spaziale Soyuz venne progettato nel 1962 per effettuare operazioni di randez-vous ed aggancio in orbita vicino alla Terra fino ad arrivare a poter circumnavigare la Luna. La Soyuz è ancora in produzione nel secondo decennio del 21° secolo e, dopo il ritiro della navetta spaziale USA nel 2011, diventerà l'unico veicolo per l'accesso regolare dell'uomo nello spazio. Il veicolo spaziale è composto di tre parti principali: sulla sommità si trova una sfera pressurizzata chiamata Modulo Orbitale. Il Modulo Orbitale ha un boccaporto di attracco sulla sua cima ed è connesso con un secondo boccaporto sulla parte inferiore. Dal boccaporto inferiore si accede al Modulo di Rientro a forma di campana. Qui i cosmonauti sono seduti nella fasi di lancio e rientro. Dietro i due moduli pressurizzati si trova il modulo di servizio, un cilindo che contiene tutti i sistemi orbitali, i pannelli solari ed i motori. L'ingegnere Sergei Korolev ed il suo ufficio OKB-1 progettarono inizialmente un veicolo biposto (Soyuz-A) che avrebbe dovuto essere lanciato per un sorvolo lunare. Ma nel frattempo l'URSS aveva indicato in Chelomei il costruttore del veicolo LK-1 per il sorvolo della Luna ed in Korolev lo sviluppo del vettore N-1 e del modulo di atterraggio N3 e quindi la Soyuz A venne cancellata. Nella metà del 1963 Korolev, che aveva iniziato la progettazione del veicolo spaziale Voskhod, dette ordine al suo ufficio di modificare la versione A per poter ospitare 3 cosmonauti e questo modello venne ribattezzato 7K-OK ma il lavoro sul programma lunare Sovietico fermò anche questo design alla fine del 1964. Ma nell'ottobre 1964 Khrushchev venne estromesso dalla guida del Cremlino e Chelomei perse il suo maggior sponsor. Korolev quindi riprese il progetto 7K-OK ed ideo un volo di due di questi veicoli per dimostrare la capacità di randez-vous ed attracco in orbita terrestre sfidando il programma circumlunare di Chelomei. Il primo lancio orbitale di una Soyuz, il modello 7K-OK, avvenne nel novembre 1966, dopo la morte prematura di Korolev. Il volo fu un disastro e multipli guasti ai sistemi costrinsero ad attivare la sua distruzione. Il secondo tentativo di lancio, il 14 dicembre, i sistemi di bordo della Soyuz segnalarono, erroneamente, un guasto del veicolo di lancio 27 minuti dopo un tentativo di lancio abortito. Il sistema di fuga si attivò mentre il veicolo era ancora in fase di rifornimento sulla rampa lanciando la capsula lontana dal razzo che però esplose uccidendo e ferendo diversi tecnici. Le analisi del fallimento indicarono numerosi problemi nel sistema di fuga. La 7K-OK, dopo essere finita in fondo al mare di Aral durante un terzo volo pieno di problemi, fu portata nello spazio con a bordo il primo equipaggio, il cosmonauta Komarov. La Soyuz-1, lanciata nell'aprile del 1967, ebbe un volo disastroso e si concluse con l'uccisione del cosmonauta a causa di un problema con i paracadute. Dopo questo tragico debutto la Soyuz 7K-OK venne modificata pesantemente e portò a termine 13 voli di successo, sia con equipaggi umani che in automatico. Nel 1971 venne costruita la versione 7K-OKS, che vedeva l'aggiunta di un tunnel di attracco con la quale si agganciò felicemente con la prima stazione spaziale Salyut-1. Purtroppo nella fase di rientro la Soyuz-11 ebbe un problema con una valvola del sistema di areazione e l'equipaggio, tre cosmonauti, venne ritrovato, dopo l'atterraggio, morto per asfissia. Dopo questo nuovo tragico volo la Soyuz venne completamente riprogettata e questo portò alla versione, relativamente sicura, 7K-T che ha volato decine di volte verso le stazioni spaziali Salyut ed Almaz fino a che venne sostituita dalla Soyuz T nel 1981. Una Soyuz modello TMA ripresa nello spazio in avvicinamento alla ISS Una Soyuz modello TMA nelle fasi finali di allestimento La versione 7K-T non aveva i pannelli solari, sostituiti da batterie, e questo limitava il volo da sola a soli due giorni. Anche i cosmonauti ospitati a bordo erano soltanto due ed indossavano le tute spaziali Sokol (dopo l'incidente della Soyuz-11). Questo modello servì come traghetto (da qui la 'T') per le stazioni Salyut ed Almaz. I voli di questo modello vennero eseguiti dal 1973 al 1981 (dalla Soyuz-12 alla Soyuz-40). Una versione particolare, la 7K-TM venne progettata per il volo congiunto con il veicolo Apollo della NASA nel 1976 (progetto ASTP -Apollo Soyuz Test Project). Questo modello era dotato di nuovo dei pannelli solari, un sistema di aggancio androgino universale (invece di quello maschile standard) e le modifiche al sistema di controllo ambientale della cabina per renderla compatibile con quello americano. Vennero eseguiti tre voli abitati di questo modello, la Soyuz-16 per testare il veicolo, la Soyuz-19 che si agganciò all'Apollo e la Soyuz-22, il veicolo di scorta per la missione ASTP, che venne utilizzato sostituendo il sistema di aggancio con una telecamera. La terza generazione di Soyuz debutta nel 1981 e viene ribattezzata Soyuz-T (questa volta la 'T' sta per Trasporto) e l'equipaggio torna a tre cosmonauti. Nella illustrazione in alto a sinistra (Credit: NASA) i tre componenti principali della Soyuz (in questo caso un modello TMA) mentre a destra (Credit: Roscosmos) lo spaccato. Nella foto in basso destra (Credit: Wikipedia) la Soyuz TMA-7 in avvicinamento alla ISS. Nella foto in basso a sinistra (Credit: Wikimedia) la Soyuz TMA-1 ripresa nelle fasi finali di allestimento.

Fonti: 'Soyuz: a universal spacecraft' di Hall & Shayler (Editore Springer/Praxis - UK - 2003)

Fonti: Encyclopedia Astronautica di Mark Wade (Internet Archive)

Fonti: 'Navi Spaziali' di Kenneth Gatland (Editrice S.A.I.E. - Torino - 1969)

Fonti: 'Il libro dei volo spaziali' di Giovanni Caprara (Editore Garzanti - 1984)

APOLLO -

- USA - 11 ottobre 1968 - Il veicolo spaziale Apollo venne progettato con lo scopo di portare l'uomo sulla Luna entro il 1970.
LEM - USA - PROSSIMAMENTE
SPACE SHUTTLE - USA - PROSSIMAMENTE
SHENZOU - CINA - PROSSIMAMENTE
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Aggiornato il 24 luglio 2011 - ore 22.54 CET

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Maxi

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